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giovedì 26 agosto 2010

Libero e Il Giornale: quanto costano i giornali di Berlusconi!



http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/08/22/quanto-costa-l%e2%80%99esercitodi-carta-di-b/52045/

Costano tanto i manganelli mediatici dei berlusconiani. Il paradosso di Libero e de Il Giornale, i due giornali più liberisti e antistatalisti è che non potrebbero stare sul mercato. Senza i soldi regalati dagli azionisti dovrebbero dimagrire o chiudere i battenti. Nel caso di Libero c’è l’aggravante del contributo statale: 20 milioni di euro negli ultimi tre anni. Il consigliere Maurizio Belpietro dovrebbe licenziare tutti i giornalisti per fare tornare i conti in ordine e permettere così al direttore Maurizio Belpietro di scrivere con la coscienza pulita i suoi editoriali affilati contro gli aiuti ai terroni spreconi. Anche Panorama fa segnare un calo delle vendite reali e dei ricavi in edicola. Se non contasse sulle promozioni che abbattono il prezzo non potrebbe sostenere i costi ingenti delle sue (sempre più rare) inchieste.

La politica nei bilanci

Per comprendere l’anomalia dell’editoria italiana più che agli articoli dei media berlusconiani bisogna leggere i loro bilanci. Basta confrontare le vendite di Libero e del Giornale con le spese per capire che non siamo di fronte a due imprese commerciali ma politiche, per fonti di finanziamento e finalità. Solo con l’interesse politico dell’editore si può spiegare il fenomeno più unico che raro di un quotidiano che perde copie ma non taglia il personale. Solo con la forza politica dei padroni si può spiegare il paradosso dei ricavi pubblicitari che schizzano alle stelle solo per loro nel periodo più nero della storia. Merito della concessionaria di pubblicità Visibilia di Daniela Santanché, sottosegretario del Governo Berlusconi.



Il Giornale smentisce tutte le favole sull’abilità imprenditoriale dei Berlusconi. La Sei, Società Europea Edizioni, che lo controlla ha perso 68 milioni di euro negli ultimi tre anni. Nel 2009 il rosso è stato di 17,7 milioni di euro, nel 2008 era a meno 22,7 milioni e nel 2007 raggiungeva addirittura 23,2 milioni. A soffrire è soprattutto la controllante Pbf, Paolo Berlusconi Finanziaria: l’indebitamento superava i 100 milioni nel 2006 ed è sceso solo a 77 milioni nel 2008, grazie alle iniezioni degli azionisti. L’arrivo di Vittorio Feltri ha portato un aumento di copie ma anche del fondo rischi per le cause legali salito da 2,1 milioni a 2,65 milioni. Per il 2010 si prevede una perdita a due cifre, nonostante il boom di vendite dello scoop sulla casa di Montecarlo. L’analista Paolo Sassetti ha studiato i conti degli ultimi dieci anni per concludere che la perdita è strutturale. Solo i continui aumenti di capitale dei soci hanno permesso di non attaccare al chiodo il costoso manganello del premier. Le inchieste e le cause perse costano. E a pagare scoop e bufale sono i familiari del beneficiario politico.



Il Giornale è controllato per il 63 per cento da Paolo Berlusconi (46 per cento con la sua Pbf, Paolo Berlusconi Finanziaria e il 17 per cento mediante la Arcus Multimedia) il restante 37 per cento è dalla Mondadori, guidata da Marina Berlusconi e controllata da Silvio e dai suoi figli. La perdita di decine di milioni all’anno si stempera e diluisce nel flusso degli utili della divisione libri (quella che può contare sulle vendite di Roberto Saviano, tra gli altri). E non si può certo dire che la divisione periodici sia aiutata dal settimanale Panorama. La diffusione del magazine rimane sopra le 400 mila copie ma la domanda è drogata con vendite a prezzi stracciate che hanno costretto il glorioso settimanale a offrirsi come una semi-free press a 0,99 euro in edicola e con il 70 per cento di sconto in abbonamento.

Il miracolo di Libero



Mondadori è un colosso dalle spalle larghe che può sopportare sia la crisi di Panorama che le perdite del Giornale. Dal 2005 al 2008 ha incamerato perdite per 70 milioni di euro, solo nel 2008 ne ha contabilizzate ben 16,6 milioni di euro. Non ci vuole un mago della contabilità per capire che Paolo Berlusconi non ha i soldi e nemmeno le ragioni imprenditoriali per continuare a investire sul Giornale che invece giova molto al fratello Silvio.



Anche Libero non sarebbe in grado di sopravvivere sul mercato. Sono lontani i picchi toccati nel 2006 con 144 mila copie diffuse. Il calo era cominciato con Vittorio Feltri che ha lasciato la sua creatura a 115 mila copie. Da agosto a dicembre, nella prima fase della direzione Belpietro alla direzione, le vendite sono crollate a 79 mila copie portando la media di vendita del 2009 a 92 mila copie. L’emorragia non si ferma e a dicembre del 2009 Libero era inchiodato a 70 mila copie, una posizione che – secondo le previsioni degli amminitratori – resterà valida per tutto il 2010.



La struttura del giornale è però cresciuta mentre le copie si dimezzavano e così il quotidiano controllato dalla famiglia Angelucci ha superato quota cento giornalisti dipendenti. Come fanno a pagare otto milioni di euro di stipendi ogni anno? I giornalisti che scrivono spesso contro Roma Ladrona sono interamente pagati grazie al contributo della presidenza del consiglio dei ministri. Nel 2007 il giornale allora diretto da Feltri aveva incassato 7,8 milioni di euro grazie a uno stratagemma è intestato alla Fondazione San Raffaele, controllata ovviamente dagli Angelucci (che quest’anno hanno generosamente contribuito alle casse del giornale con 5,6 milioni di euro) ma equiparata a un ente benefico.



Gli amministratori prevedono di incassare per il 2009 altri 6 milioni di euro ma nella relazione di accompagnamento al bilancio gli amministratori scrivono che il contributo per il 2008 non è stato ancora liquidato. Ci deve essere qualche problema con la documentazione anche se la società ha fornito tutte le sue delucidazioni. Se entrerà in vigore la riforma del settore, ci sarà un milione e mezzo di euro in meno. Per fortuna c’è Daniela Santanché che si occupa di raccogliere la pubblicità su Libero, con la sua Visibilia. Nel 2009, mentre il mercato italiano scendeva del 18,6 per cento la Santanché regalava a Libero un bel più 26 per cento portando il bottino pubblicitario a 10,8 milioni di euro. Una performance inspiegabile alla luce del crollo delle copie del quotidiano. E da quando Feltri è passato al Giornale, la Santanché lo ha seguito garantendo a entrambi i quotidiani la sua preziosissima pubblicità.

martedì 24 agosto 2010

La Fiat, ovvero la distruzione di ogni diritto dei lavoratori.



Con sommo disgusto, riteniamo inconcepibile ciò che la Fiat sta facendo ai tre lavoratori licenziati perchè avrebbero, durante uno sciopero, bloccato la catena di montaggio ed impedito di continuare a lavorare.
Un giudice ha assolto da tale accusa i tre lavoratori (colpevoli in realtà di essere iscritti alla FIOM - Cgil).
Lo stesso giudice ha deliberato che i tre debbano tornare al lavoro subito.
Nonostante ciò, la FIAT ha dichiarato di voler impedire ai tre di tornare al loro legittimo posto di lavoro: possono stare in azienda e svolgere solo attività sindacale, nessuna attività lavorativa.

I tre lavoratori, oggi, hanno scritto una lettera al Presidente Napolitano.
"Signor presidente - dicono - per sentirci uomini e non parassiti di questa società vogliamo guadagnarci il pane come ogni padre di famiglia e non percepire la retribuzione senza lavorare". La decisione della Fiat Sata "di non reintegrarci nel nostro posto di lavoro è una palese violazione della legge" ma, aggiungono, "in uno Stato di diritto non dovrebbe essere neppure consentito di dichiarare a tutti (stampa compresa) di voler disattendere un provvedimento legalmente impartito dalla autorità giudiziaria con ciò mostrando disprezzo per la Costituzione e per le leggi".

Sono ben lontani i tempi in cui le questioni di fabbrica le risolvevano gli stessi operai.
Sono ben lontani i tempi in cui i dirigenti della Fiat Sata avrebbero tremato all'idea di impedire a tre lavoratori di lavorare, dopo che un giudice aveva dato loro ragione.
Sono lontani circa 30-40 anni i tempi in cui i lavoratori potevano legittimamente ambire a gestire, in maniera autonoma, la produzione e le turnazioni dell'officina o della fabbrica.

Lo diciamo con amarezza: quei tempi sono andati, quei sindacalisti sono morti, quei movimenti dei lavoratori non ci sono più. E non ci saranno mai più. Il Novecento è passato, capitolo chiuso.
Anche il Capitalismo ha chiuso col Novecento: a partire dal 1989, dalla caduta del Muro, il Sistema ha avuto coscienza di sè e si è ristrutturato.
Sono venti anni che il Sistema, senza più nessun reale concorrente o avversario, ha modificato gli strumenti del proprio dominio senza modificare affatto la natura del dominio stesso. Il mondo unipolare ha garantito al Sistema e ai suoi servitori (quelli che noi chiamiamo "governanti") di crescere, arricchirsi, strutturarsi senza nessun limite, vincolo, ostacolo.
La Globalizzazione è, per l'appunto, la conseguenza di tutto ciò. Nessuna Unione Sovietica o Cina Popolare sul cammino della globalizzazione: l'URSS era morta e la Cina Popolare aveva ormai abbracciato il Capitalismo, trasformandosi da "nemico" a "partner commerciale".

Anche la Fiat, nonostante la morte degli Agnelli, si è ristrutturata. Il Valletta di oggi si chiama Marchionne. L'Agnelli di oggi si chiama Elkann. E, badate bene, non sono la stessa pasta dei predecessori. Valletta fece ciò che fece in quell'epoca, con quegli avversari e quegli obiettivi. Marchionne vive in un'altra epoca, utilizza strumenti diversi, non ha avversari degni di tale nome (basta vedere Cisl e Uil), ed ha obiettivi diversi da quelli di Valletta.
E' importante capire ciò: la contrapposizione dura e radicale alle logiche economiche e sociali alla Fiat non può essere fatta come 30-40 anni fa.
Diciamolo chiaro e tondo: non c'è spazio per nuove BR. Ma non c'è nemmeno più spazio per le concertazioni. E' tra questi due poli che deve inserirsi una azione di contrasto autonoma e radicale.

Il diritto al lavoro e alla vita non si concertano. Si conquistano.